Oggetti smarriti: Niente da Nascondere

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Una premessa doverosa: con la mia scelta di questo secondo classico contemporaneo sto parzialmente allargando i confini entro cui avevo pensato inizialmente la serie. Niente da Nascondere, così come l’opera omnia del severo maestro austriaco Michael Haneke, non ha certo bisogno che sia io a riscoprirlo. L’autore dell’epocale Funny Games – altro titolo da recuperare se non siete deboli di cuore – vanta una carriera quarantennale segnata da numerosi successi critici, premi e riconoscimenti internazionali: lo spessore del suo cinema e la sua innata capacità di provocare il pubblico occidentale sono insomma dei fatti assodati. Eppure sento che questo titolo in particolare deve essere discusso e riscoperto oggi, alla luce di quanto le sue riflessioni dell’epoca (il film è del 2005) si siano rivelate oscure profezie sul decennio che tutti noi stiamo vivendo, percorrendo in modo forse inconsapevole una strada che avevamo già imboccato allora. Caché, come recita il bellissimo titolo originale, non mi convinse molto durante la mia prima visione in una sala romana, ben più di 10 anni fa; più nello specifico, trovavo davvero sconfortante la freddezza dello sguardo di Haneke e l’apparente mancanza di empatia nei confronti dei suoi personaggi e la sua crudeltà mi disturbavano non poco. Oggi invece mi scopro a contemplare le macerie – materiali ma soprattutto morali – che gli ultimi anni ci hanno lasciato in eredità, e quella visione intransigente e inamovibile mi pare sempre più necessaria.

Il plot di Niente da Nascondere è in apparenza scarno, essenziale: uno sconosciuto terrorizza una famiglia parigina, lasciandole davanti alla porta dei nastri registrati da una telecamera nascosta di fronte a casa loro, assieme a dei macabri disegni infantili. Georges e Anne Laurent sembrano una tranquilla coppia sposata, sicuramente benestante, con un figlio adolescente e in generale una vita equilibrata. Al rifiuto della polizia di indagare su quello che in effetti non costituisce un crimine, il capofamiglia reagisce con irrequietudine e nervosismo, molto più di quello che ci aspetteremmo: è il primo indizio che qualcosa non torna, che forse questo signore così distinto e apparentemente innocuo ha davvero qualcosa da nascondere. Le ricerche personali di Georges non ci svelano direttamente chi sia l’autore delle videocassette, ma riportano a galla lontani eventi dimenticati, legati a doppio filo alle motivazioni del voyeur. L’intento delle registrazioni sembra essere quello di inchiodare il protagonista alle proprie responsabilità per un fatto risalente a quando era bambino, l’aver convinto i genitori con l’inganno ad abbandonare il fratello adottivo, figlio di immigrati algerini uccisi nel 1961 dalla polizia francese durante una manifestazione. Un gesto sprezzante e puramente infantile quello di Georges, che ha segnato però a fondo la vita del giovane Majid, costretto a crescere in orfanotrofio: i due torneranno a incontrarsi scatenando una serie di eventi che spingeranno l’algerino a togliersi la vita, mentre il francese potrà continuare a dormire nel buio della sua stanza da letto, con qualche sonnifero nello stomaco e uno scheletro nell’armadio in più.

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La tragedia centrale del film è così esposta sotto gli occhi dello spettatore, senza essere pedantemente esplicitata: il trauma della perduta speranza di una vita migliore ha lasciato segni visibili sul volto di Majid, la cui semplice presenza è stata solo un breve inconveniente nella vita del ricco borghese, un dettaglio rimosso dalla memoria nel corso degli anni. È questo il vero mistero che è decisivo ci venga svelato, non l’identità dell’ignoto cameraman, destinato a rimanere anonimo perché è proprio la sua assenza dal racconto una delle caratteristiche fondamentali per decodificare il messaggio di Haneke, il suo sprezzante giudizio morale sulla società occidentale. La nostra noncuranza quotidiana per le conseguenze di secoli di colonialismo, razzismo e sfruttamento del terzo mondo domina tuttora il nostro orizzonte quotidiano, e si potrebbe arguire che oggi sia più forte che mai. Nella visione dell’autore austriaco, questa passività aggressiva è ormai un tutt’uno con il modo in cui molti di noi vedono il mondo, e si riflette nel nostro consumo quotidiano di immagini violente, alle quali siamo sempre più assuefatti. Il film sembra a più riprese suggerire che le riprese clandestine vengano catturate da un occhio onnipresente e immateriale, visto che nessuno pare notare una telecamera nelle scene incriminate. Ovviamente all’autore la risposta a questo enigma non solo non interessa, ma vuole che sia il tarlo che ci riporteremo a  casa con noi, esattamente come Georges: è il rimosso che questa incessante domanda fa riemergere, a interessare Haneke.

Noi stessi, nel semplice atto di assistere a questo film, possiamo trovarci spesso confusi riguardo a cosa stiamo esattamente guardando. In più frangenti, e fin dall’inizio, Niente da Nascondere ci lascia contemplare lunghissime immagini statiche, che solo molto dopo si rivelano essere le riprese clandestine alle quali la famiglia Laurent sta assistendo sulla tv di casa. Lo stile visivo che Michael impone a tutti i suoi film è radicale, forse non per tutti i gusti ma legato a doppio filo proprio al discorso etico che vuole instaurare con noi spettatori. Le sue interminabili inquadrature, fisse e meticolosamente costruite, sembrano continuamente invitarci a non soffermarci solo sull’evento in primo piano, ammesso che ve ne sia uno. È questo nostro sguardo ondivago e curioso a essere la colpa della quale Haneke ci sta implicitamente accusando, mentre vediamo Georges continuare a ripetersi (e ripeterci) di essere innocente: eppure noi spettatori non lo siamo affatto, così come non lo è lui. Quelle riprese rubate che continuiamo a vedere ne sono un perfetto esempio: un’immagine statica di una normalissima via urbana che non reca in sé alcun significato, diviene presto inquietante a causa delle aspettative delle quali la nostra visione la carica. In modo non dissimile, la famiglia Laurent percepisce questa immagine neutra, ripresa senza alcun consenso, come una minaccia alla propria privacy e sicurezza. Questo strisciante sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato, mentre assistiamo al film, raggiunge uno spaventoso climax nella scena del suicidio di Majid, una delle immagini più disturbanti della storia del cinema. Sfido anche lo spettatore più distratto a non sentirsi fuori posto, in colpa per il semplice fatto di avere assistito all’evento, ancora una volta dallo stesso identico punto di vista della telecamera nascosta.

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La parola caché in francese può assumere varie sfumature di significato: non solo nascosto ma anche segreto, omesso. Proprio a partire dall’omissione il film detta delle regole tutte sue nella creazione della tensione, creando uno degli esempi più originali di suspence che riesca a esistere in contraddizione dei dettami hitchcockiani. Secondo il maestro inglese sono le informazioni che possediamo rispetto ai personaggi del film a rendere eccitante un thriller ed elevare le situazioni più semplici: una bomba che esplode sotto un tavolo può creare un forte shock passeggero, ma è il sapere in anticipo che la bomba esista, a generare la suspence. Niente da Nascondere, al contrario, brilla per le informazioni che occulta, o meglio ancora che ci fa passare accanto senza sottolinearle affatto. La nostra via d’uscita da questa giungla di silenzi, suggestioni, bugie e misteri ci viene offerta nell’immagine finale del film, la cui interpretazione è completamente lasciata allo spettatore. Di nuovo l’impressione di assistere a un video di sorveglianza da lontano, di nuovo gli occhi non sanno bene dove posarsi. Solo gli osservatori più attenti potranno accorgersene subito: sono proprio il figlio di Georges e quello di Majid a chiacchierare all’uscita di scuola, apparentemente in grande confidenza. Sta alla nostra coscienza decidere se sono stati i due ragazzi a organizzare tutto, oppure se sono semplicemente amici in un modo in cui i loro rispettivi padri non sono mai stati. Haneke sembra suggerirci che se l’immagine di due ragazzi che parlano ci basta come prova di colpevolezza, forse siamo noi a sentirci in colpa, nel profondo. Forse non siamo così differenti da Georges.

 

Nella serie “Oggetti smarriti” proverò a farvi conoscere alcuni capolavori del nuovo millennio, che ritengo ingiustamente sottovalutati o molto meno riconosciuti di quanto meriterebbero.

 

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